mercoledì 1 ottobre 2008

Le Interviste de "Il Mondo di Sky Tg24": Gaia Mombelli

Qualche giorno fa, ho fatto una bella chiacchierata con Gaia Mombelli, giornalista Sky alla sede milanese. Ecco un estratto..
Allora Gaia, raccontaci i tuoi inizi nel mondo del giornalismo.
Avevo 17 anni e mio padre mi disse…un giorno verrai a lavorare con me..? Una domanda alla quale non sapevo rispondere, ma che mi fece capire una cosa: non potevo immaginarmi dentro un’azienda.. sempre dietro una scrivania..Cosa volevo fare esattamente non lo sapevo, ma mi piaceva scrivere. Così mi diedi subito da fare e chiamai un giornale della mia città “Brescia Oggi”. Ebbi un colloquio ed iniziai..Ricordo ancora il mio primo pezzo. Venne completamente stravolto perché ovviamente non sapevo come si scriveva un pezzo giornalistico.. Ho un paio di anedotti divertenti… Il primo è che ero ancora minorenne appena iniziai la collaborazione e quando il direttore se ne accorse si arrabbiò molto… ma oramai…era tardi perché nel frattempo avevo compiuto 18 anni. L’altro fu quando Papa Giovanni Paolo II ricevette il mio istituto e io scrissi il pezzo, come succedeva sempre, più per farne “uno in più” che per scelta contenutistica.. Io di solito arrivavo sempre un pochino in ritardo a scuola.. diciamo qualche minuto dopo il suono della campanella.. la forneria.. due chiacchiere… Beh, il giorno della pubblicazione del pezzo (che non sapevo) ero particolarmente in ritardo. Salendo le scale che mi portavano nella mia classe c’era tutto il cucuzzaro ad aspettarmi: preside e direttore in piedi con le mani dietro la schiena… Ovviamente immaginavo che per l’ennesima volta mi avrebbero fatto il solito discorsetto sulla puntualità.. la precisione..etc, etc.. invece.. Avevano letto l’articolo a nove colonne su Brescia.. Beh!! Da quel giorno fino alla maturità non sono mai più arrivata puntuale…e non era l’unico privilegio che mi riservarono….
Lo sbarco a Sky Tg24 come è avvenuto?
In quel giugno del 2005 a tutto pensavo tranne che di andare a lavorare a Sky. Mi ero convinta che la mia vita sarebbe stata anche dal punto di vista professionale a Brescia anche perché in quel periodo avevo altre cose in ballo. Feci il colloquio il 27 giugno del 2005 e venni presa per una collaborazione di tre giorni a settimana, ma quella fu l’estate dell’omicidio dei coniugi Donegani e mi chiesero di ampliare un pochino la collaborazione. Alla fine il direttore Carelli propose di sostituire una collega per la maternità..e allora contratto dopo contratto eccomi ancora qui.
Hai avuto miti o meglio punti di riferimento durante il tuo percorso?
Ho sempre stimato Indro Montanelli. Schietto già dall’espressione del viso. Poi sono cresciuta con Gianfranco Funari. Se è vero che spesso non ho condiviso parecchie sue cose, modi di fare etc, devo dire che mi ha fatto capire che c’era spazio per un giornalismo diverso in mezzo a tante voci incontrollate.
Gaia, quali sono per te i pregi e i difetti del tuo lavoro?
Questo è uno dei pochi mestieri che ti fa vivere di fatti, ma anche di emozioni. Si ha l’opportunità di conoscere i grandi della terra e spesso non solo per un’intervista. Capita di poter scambiare con loro due chiacchiere in privato ed è chiaro che è non solo un onore, ma anche un grande privilegio e un’opportunità. Ma ci sono anche i contro: il giornalista, secondo me, troppo spesso è vittima del cinismo. Soprattutto con i fatti di cronaca. Dopo molti casi capita che ci si senta fortemente distaccati. E’ un modo per difendersi, è evidente. Ma troppo distacco fa impressione…



Hai raccontato molti fatti ma qual è quello che ti è rimasto dentro?

Non posso citare solo un fatto ma permettimi di citarne qualcuno:
Una domenica mattina molto presto, verso le sette, incontrai Guglielmo Gatti (condannato all’ergastolo per l’uccisione dei coniugi Donegani). Non era ancora accusato dell’omicidio. Andava a buttare la spazzatura. Volevo intervistarlo..era il maggiore sospettatato in quel momento, ma lui declinò l’invito e si mise seduto su una panchina. Mi misi li anche io e notai il suo abbigliamento. Era agosto ed era un caldo afoso. Lui aveva pantaloncini e camicia ma portava le classiche ciabatte invernali con i bordi di lana. Un particolare che mi colpì, ma che mi fece anche riflettere sulla psiche di Gatti.
Poi non dimentichero’ mai quando entrai nella casa del piccolo Tommaso Onori e in particolare nella sua cameretta. Provai mille sensazioni diverse, mi sentivo soffocare. Difficile anzi impossibile descriverle. Ma non potrò dimenticare mai quella sensazione.
Poi ci furono i 7 omicidi in un mese e mezzo nel 2006 a Brescia. Sembrava impossibile. Inizio’ con Hina, la ragazza pachistana uccisa dai suoi parenti e si conclusero’ con la strage della famiglia Cottarelli. Ogni giorno accadeva qualcosa. Quando ci avvisavano che era accaduto un omicidio nuovo credevo sistematicamente che fosse uno scherzo…

L’ultimo episodio che voglio citare è quello che mi ha in parte commosso. L’intervista e i giorni passati a Ponte di Legno con Umberto Bossi. Io non seguo molto la politica. Ma quello di Ponte non è il solito Bossi che siamo abituati a vedere in tv o a leggere sui giornali. E’ una persona assolutamente alla mano che ride scherza con una semplicità sorprendente. Non me lo aspettavo così. Non me lo aspettavo così affettuoso.. E poi, tranquillizzando i detrattori, è pieno di forza nonostante le sue condizioni di salute precarie.

Un mese alle elezioni Usa. Chi vince?

In America non votano gli europei e quindi potrebbe vincere John McCain. L’Europa è innamorata di Obama. Certo sarebbe bello vedere un afro americano alla guida degli States anche se io avrei preferito una donna. Staremo a vedere. I media però ci hanno fatto conoscere troppo la figura di Obama e poco la sua sostanza.

Obiettivi Professionali a medio raggio?

Obiettivi professionali? Potrei solo fare questo lavoro perché è nel DNA. Non so credimi dove sarà Gaia Mombelli fra 3-5 anni. Forse ancora a Sky o forse no. Di certo, qualunque cosa starà facendo, la farà con l’occhio del giornalista.



Sento forte il legame con la tua terra ?
Si sono legata alla mia terra. Troppo legata oserei dire. E’ una contrapposizione fortissima con il mio mestiere che è così cosmopolita. Ma quando posso fuggo da Milano e torno a casa. Mi sembra addirittura di riuscire a dormire meglio.. Amo stare con i miei amici e le persone care.

Ho dei seri dubbi che tu abbia tempo libero..se così non è come lo passi?

Sono anti sportiva per eccellenza..L’unico sport è quello di parlare! Scherzi a parte ho poco tempo libero come dici tu, ma se posso amo cucinare torte e regalarle. Perché io sono a dieta costante. Poi altre cose normali..leggere, cinema e la musica.

La domanda alla quale tengo di più. Cosa direbbe Gaia Mombelli ad un giovane che vorrebbe diventare giornalista?

Se un giovane viene da me e mi chiede “Vorrei diventare giornalista, che consigli mi dai?”, rispondo: sei già sulla buona strada perché sai quello che vuoi. Oggi è vitale sapere quello che si vuole dalla vita. Poi gli/le direi che lo aspetteranno anni difficili dove si guadagna poco e si lavora tanto. Le scuole di giornalismo oggi sono fondamentali perché ti permettono di fare stage nelle redazioni. Ma la cosa più importante credo sia mettere da parte la presunzione di saper fare questo mestiere. Si impara sempre, giorno dopo giorno, pezzo dopo pezzo, anche dopo anni e anni. Ogni fatto che raccontiamo è diverso dall’altro. Poi, chi ama questo mestiere lo fa anche nelle piccole redazioni locali. Non sono giornalisti di serie B, anzi! Spesso lì ci sono dei talenti veri che magari non sono arrivati al top solo per strane vicissitudini della vita oppure per scelta. Se sei in un grande giornale tendi a diventare un semplice numero. Nelle redazioni locali invece puoi ritagliarti un ruolo.

domenica 28 settembre 2008

Marco Piccaluga ci racconta Pechino 2008

Marco Piccaluga, conduttore della fascia serale del Tg di Sky e inviato alle Olimpiadi Estive in Cina ad agosto, ci racconta proprio qualcosa su questa esperienza. Leggiamo cosa ci dice.


Ciao Marco, allora innanzitutto la tua impressione su Pechino, Com’è?


Ho trovato Pechino molto diversa da come me la immaginavo. E da quello che ho sentito, da quello che si immaginavano un po’ tutti gli inviati delle varie testate. L’aria è cambiata molto negli ultimi sette anni, da quando hanno cominciato il restyling per le Olimpiadi. Niente più hutong (i vicoli caratteristici della vecchia città, che sopravvivono solo in alcune zone), ma strade a scorrimento veloce a sette corsie, niente più biciclette (poche) e molte auto. Molto ordine, molta pulizia, molta precisione. Il cinese, da questo punto di vista, è qualcosa a metà tra il tedesco e lo svizzero. La parte meridionale della città è rimasta un po’ tagliata fuori da queste migliorie portate dai Giochi, ma complessivamente ne ho ricavato una buona impressione. Pechino è ormai una metropoli internazionale. Nota negativa per la qualità dell’aria. Non è una leggenda metropolitana: la nebbia avvolge tutto dalla mattina alla sera, anche col sole. Lo smog è impressionante, si ha sempre l’idea di essere sporchi e appiccicosi. Faceva molto caldo ed era molto umido: condizioni che non aiutano.

I giochi da qui sono sembrati favolosi. Gli impianti, l’organizzazione..insomma tutto. E da li?

I Giochi sono stati organizzati in maniera impeccabile. Un’operazione meticolosa, non solo di facciata come era stato per Atene2004 (quando tutti i cantieri che non erano stati chiusi in tempo erano stati “incartati” e nascosti al pubblico). Qui tutto era pronto da mesi e funzionava alla perfezione. C’era il quadruplo del personale necessario. Tutto girava a meraviglia. Volontari, esercito, cittadini, organizzatori: tutti sempre pronti ad aiutare, disponibili fino all’eccesso, efficienti. Gli impianti mi hanno sorpreso per bellezza e funzionalità. La logistica non ha fatto una piega. I trasporti, nemmeno. Ad Atene2004 la sicurezza era stata spacciata per qualcosa senza precedenti: sbagliavano. I pochi agenti che si vedevano in giro facevano controlli di routine, ma senza mai scomporsi troppo. A Pechino i controlli erano quasi asfissianti. Gli impianti, blindati. Non per un solo attimo abbiamo avuto l’impressione di trovarci in pericolo o che qualcosa potesse andare storto. Mai.

La spedizione azzurra ha raccolto qualcosa meno di quello che si sperasse. Secondo Marco Piccaluga le medaglie più belle quale sono state?

Le medaglie che mi sono piaciute di più sono quelle inaspettate. Personalmente mi sono rimasti nel cuore l’oro di Minguzzi nella lotta Greco Romana, quello della Quintavalle nel Judo, l’impresa di Schwazer nella marcia e l’ultimo oro di Cammarelle nel pugilato.

Phelps, Bolt, Isynbayeva…questi tre nomi sono stati i nomi più blasonati dalla stampa tutta. Ovviamente aggiungo…un tuo parere su tutti e tre? E Altri nomi che porterai nei ricordi?

Phelps è stato qualcosa che non potrà essere ripetuto. Ma è stata una cavalcata annunciata che si è concretizzata giorno dopo giorno. Un po’ ce lo aspettavamo e questo, almeno per me, lo fa scivolare un po’ in secondo piano. La Isynbayeva è più un' attrice consumata che un’atleta, ormai. Il suoi tentativi di record dopo aver mandato a casa tutte le altre mi hanno impressionato. Sembrava una recita. Solo che alla fine ha fatto qualcosa di unico. Devo dire che mi ha emozionato. Niente invece è comparabile a quello che ho provato (da ex centometrista…) quando ho visto arrivare Bolt sulla linea del traguardo alla fine di quei cento metri storici e irripetibili. Ero a pochi passi dall’arrivo. Ai sessanta metri abbiamo tutti capito che avrebbe vinto lui. Ma vederlo umiliare i più veloci del pianeta a quel modo è stato incredibile. Scarpa slacciata, braccia aperte. Il cronometro, prima della comunicazione ufficiale a 9’.69’’, segnò 9’.68’’. Mostruoso, pensai, e mi sorpresi con la bocca aperta e gli occhi sgranati. Come il resto dei colleghi accanto a me. Lo penso ancora.

Domanda d’obbligo…i diritti in Cina. Il tuo punto di vista?

Se ne è parlato troppo poco, con la scusa che lo sport non c’entra con la politica. Ma alla fine mi sono convinto che la ventata di novità che ha investito il paese porterà comunque cambiamenti positivi.
L’importante è il risultato. Credo che i Giochi siano serviti.
Una cosa ho ammirato nel popolo cinese: il senso dell’autorità che qui da noi è morto e sepolto da tempo. E che fa funzionare tutto come un orologio svizzero. Un po’ più di disciplina non guasterebbe anche in Italia.

mercoledì 24 settembre 2008

Le Interviste de "Il Mondo di Sky Tg24": Gabriele Barbati





Difficoltoso è stato trovare un contatto con il giornalista più girovago del mondo, ma grazie a qualcuno, finalmente una bella chiacchierata con Gabriele Barbati, visto spessissimo negli ultimi mesi su Sky Tg24 dove collabora dalla Cina.





Raccontaci prima di tutto qualcosa di te

Sono in un Internet point a Kashgar, profondo ovest cinese, a una manciata di chilometri dal Pakistan. Sono arrivato qui dopo venti giorni di viaggio in autobus e treno da Pechino, in mezzo ai mussulmani cinesi e poi tra gli allevatori di yak della minoranza kirghiza. Le immagini sono sul mio blog di cui, e ringrazio Simone, trovate il link in questa pagina. Ecco un esempio di quello che sono e che mi piace fare.

Come nasce la tu collaborazione con Sky Tg24?

Nel giugno di due anni fa, dovevo decidere dove spendere il secondo stage previsto dalla mia scuola di giornalismo. Per varie ragioni ho deciso, “di pancia”, di andare all’estero e provare a lavorare da li’. Ho scelto la Cina e sapevo che Skytg24 cercava un collaboratore/corrispondente da li. Al direttore Carelli l’idea e’ piaciuta.


Hai dei miti, dei giornalisti che ammiri, non so anche del passato?



Ho sempre ammirato chi parte per andare a lavorare sul campo. A differenza del giornalismo di una volta, oggi accade sempre di meno, per mancanza di interesse e denari, anche nel caso delle grandi testate. Per questo ho collezionato tra i miei modelli una serie di freelance, spesso autori al contempo di testi e foto. Guardando al passato, senz’altro, prima per i suoi lavori e poi per i suoi libri, Tiziano Terzani.

Ti abbiamo seguito negli ultimi mesi, sia prima che durante i giochi Olimpici. Ci hai illustrato la Cina. Qual è il tuo parere su questa nazione immensa?

Credo che conosciamo un decimo di questo Paese. Abbiamo visto le luci delle Olimpiadi e prima gli scandali dei cibi contraffatti e dei diritti negati. Nei prossimi anni vedremo maturare definitivamente la classe media cinese e dunque le richieste anche politiche della gente comune. Allora il Partito unico che guida la Cina dovra completare il cambiamento intrapreso negli ultimi trent’anni. Stiamo a vedere.

Dei tanti servizi da te fatti, quale sono quelli che maggiormente ti sono rimasti dentro?

I giorni trascorsi nella Cina meno nota, tra la solidarieta e il patriottismo degli sfollati del Sichuan, dopo il terremoto di maggio.

La questione dei diritti umani in Cina è sempre stata in prima pagina durante i Giochi. Ora molti temono un appanno sull’argomento. Il tuo pensiero?


Sui diritti umani non e’ cambiato nulla negli ultimi anni. Il caos sollevato giustamente in vista dei Giochi non ha cambiato minimamente l’atteggiamento delle autorita’ cinesi. Qui e’ in corso un processo guidato dall’alto, in cui il partito comunista cerca di modernizzare il paese rimanendo al potere. I cambiamenti verranno solo quando un miliardo di cinesi chiedera diritti e il partito, soprattutto sulla spinta dei leader piu giovani, li concedera.

I giochi Olimpici visti i tv sono stati bellissimi. Dal vivo penso ancora meglio. Quali imprese sportive italiane o non ti va di menzionare?

Sono rimasto impressionato piu dalla macchina da guerra “sportiva” preparata dalla Cina. Ha dominato il medagliere stracciando gli avversari. Come imprese individuali, non posso che citare la Giamaica e Usain Bolt, piuttosto che l’Italia. Le finali dei 100 e dei 200 metri, li nelle prime file del Nido d’Uccello, sono state memorabili.

Quali sono i tuoi obiettivi futuri?

Continuare a girovagare per l’Asia.

Il tempo libero di Gabriele: esiste? Se si cosa ami fare?

Leggere, guardare tutti i film piu recenti disponibili in dvd in Cina a circa un euro, pensare il prossimo viaggio da fare.

Cosa ti senti di dire ad un ragazzo che vuole intraprendere il giornalismo?


Gli direi di non aspettare le cose, ma di andare a prendersele. Il meglio, come e’ stato insegnato a me a suo tempo, e’ essere giornalisti completi: sapere scrivere per la stampa, saper parlare in radio, sapere fare televisione. Dopodiche imparare anche la parte tecnica, ad esempio fotografare o girare e montare immagini. A saper fare tutto da soli, non mancheranno mai le occasioni e il lavoro.